Viva la Mamma

Quanto è importante per un bambino saper gestire l’attesa!

tempoTutto e subito. Questo è il desiderio di ogni bambino!
Ossia riuscire ad ottenere tutto quello che vogliono nel più breve tempo possibile.
E noi genitori spesso accondiscendiamo.
Ma quanto è importante invece insegnare ai nostri figli ad aspettare, a gestire l’attesa e il desiderio?

Incredibile ma vero: i bambini che sanno rispettare i tempi sono quelli che avranno maggior successo e meno problemi da grandi.

E dietro questa affermazione c’è uno studio scientifico. Ce lo spiega meglio la nostra psicologa amica, la dottoressa Francesca Santarelli:

“Negli anni 70, un gruppo di bambini tra i 3 anni e mezzo e i cinque e mezzo fu sottoposto dai ricercatori della Stanford University (Usa) a un test ormai passato alla storia. I piccoli vennero lasciati in una stanza da soli, con dei marshmallow e con la promessa di riceverne un secondo solo se fossero riusciti a non mangiare, nei successivi 15 minuti, quello che  già stava davanti ai loro occhi. Non tutti riuscirono a portare a termine il compito. Alcuni mangiano subito il dolcetto, altre aspettarono vari minuti, ma non riuscirono ad arrivare alla fine del tempo previsto: dalle registrazioni si notò che la capacità di attesa era superiore se i bambini erano di buon umore o se nella stanza c’erano stimoli (per esempio giocattoli)  in grado di distrarli e ridurne la frustrazione.

L’aspetto più significativo di questo test riguarda le osservazioni a lungo termine sui soggetti coinvolti. Si scoprì che, i bambini che erano stati in grado di non mangiare il dolcetto, si erano poi rivelati alunni con migliori risultati scolastici e con relazioni sociali più ricche e profonde. Dopo 40 anni dal primo test, tutti i soggetti coinvolti furono poi riconvocati. Il risultato rimase lo stesso: gli impazienti di allora, rimasto tali e quali negli anni.

Il bambino, per sua natura, è puro desiderio. Ecco perché il processo di crescita prevede la necessità di sottostare a regole, che indirizzino gli impulsi e permettano alla persona di elaborare il complesso intreccio di emozioni, anche contrastanti, che accompagnano il passaggio dal desiderio alla realtà. Spesso questo significa sopportare un attesa o, addirittura, accettare che la soddisfazione non sia possibile.

Quindi implica frustrazione, intesa non come mortificazione, ma come esperienza, per scoprire che ciò che si desidera non si ottiene per magia, ma con l’impegno e con una piccola dose di sacrificio. La capacità di differire nel tempo la realizzazione di un desiderio non è innata.

A questa abilità ci si allena, attraverso un’educazione  basata su un quadro di regole precise proposte in un contesto di forte affettività ed empatia. Come prova il fatto che, nel test di marshmallow, i pensieri felici e gli stimoli piacevoli aiutassero i bambini a reggere all’ansia dell’attesa.
Affettività e autorevolezza insieme, generano fiducia -in se stessi, nei genitori e negli adulti, ossia in un ambiente che risponde in modo coerente alle nostre azioni -e quindi favoriscono autostima, autonomia, consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti.

Rimandare la soddisfazione di un piacere in previsione di una gratificazione maggiore: sembra banale, ma non lo è, soprattutto per un bambino di 3/5 anni. Tanto che questa capacità è considerata uno dei fattori predittivi del successo scolastico (e, in futuro, lavorativo) e dell’inclinazione a creare relazioni personali ricche, profonde e durature. E l’educazione impartita dei genitori serve proprio a questo: modulare gli impulsi e imparare a gestirli, senza soffocarli né reprimerli, perché la loro presenza è sinonimo di vita. Un processo di apprendimento graduale, che deve però tener conto dell’età del bambino. Mentre un neonato è mosso da bisogni che richiedono soddisfazioni immediate, già verso il primo anno di vita, la risposta al pianto del piccolo deve cominciare ad articolarsi.

Dott.ssa Santarelli

Per esempio, prima di accorrere, dopo essersi accertati che non sia accaduto nulla di serio, si può assicurare il piccolo con la voce, perché capisca che siamo vicini a lui. La presenza affettuosa del genitore lo rassicura e, un po’ alla volta, il bambino impara a “pensare” a ciò che desidera, a sperare che si concretizzi, a sapere che ciò avverrà e a tenerlo in mente nell’attesa. La relazione educativa si basa su un patto di fiducia reciproca. Il bambino può aspettare perché sa che ciò che gli è stato promesso, in tutto o in parte, prima o poi arriverà. Ma, in cambio, i genitori si aspettano da lui comportamenti adeguati. Che significa autonomia senza il bisogno continuo di sorvegliare e controllare, ma al tempo stesso pretendere senso di responsabilità. Non a caso, nel test di marshmallow, i bambini vengono lasciati da soli a decidere se e quando mangiare la caramella, ma poi solo quelli che hanno saputo aspettare ricevono il secondo dolcetto, come promesso.
Il ruolo educativo dei genitori richiede che un premio venga concesso solo se il figlio davvero ha rispettato gli accordi. E qui entra in gioco l’autorevolezza dei grandi. Una volta deciso le regole fondamentali, mamma e papà devono farle rispettare senza troppe eccezioni. Oltre a fissare i paletti, i genitori devono gratificare il figlio, fargli sentire che sono contenti di lui e che questo è il suo premio più importante. Perché ogni bimbo accetta le regole familiari per ricevere affetto, per essere ammirato, per ottenere approvazione. Funziona molto meglio delle minacce, dei ricatti, del braccio di ferro che porta inevitabilmente a una scenata.

Imparare a gestire l’attesa permette al bambino di acquisire anche un’altra fondamentale capacità, che si rivelerà preziosa in prospettiva, per il suo futuro scolastico e lavorativo: non passare continuamente da un’attività all’altra, non essere dispersivo e impaziente, ma impegnarsi con tenacia e profitto per completare ciò che ha iniziato, per poi fare spazio ad altri pensieri ed altri giochi. E questa capacità, oltre a consentirgli di portare a termine i suoi progetti, avrà anche risvolti sul piano relazionale e sociale. Gli consentirà, cioè, di confrontarsi con gli altri in modo costruttivo, ricercandone la collaborazione e l’alleanza, invece di primeggiare per il gusto della competizione fine a se stessa. Gli insegnerà, insomma, a non voler a tutti costi “finire per primo” quando si tratta di partecipare ad un attività di gruppo, per poi guardarsi intorno sconsolato senza sapere cosa altro fare e, magari, disturbando gli altri. L’attesa, assume un senso ulteriore grazie all’impegno, al fatto di provarci e riprovarci, senza fretta, prendendosi il tempo, curando la precisione del dettaglio.

Occorre, insomma, valorizzare lo sforzo, l’attenzione verso un obiettivo, il cammino volto alla realizzazione di un progetto con le proprie sole forze, nella consapevolezza che l’espressione “quando sarai grande” non è un modo di dire: la fatica di oggi è un investimento per il futuro e per l’ età adulta”.

 

Per appuntamenti  con la dottoressa Francesca Santarelli, o info, potete visitare il sito Internet del suo studio:  www.studiosantarellidecarolis.com 

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